C’era una volta in Odessa

“La più grande storia mai raccontata” dal rabbino Wiseman.

Le strade di Odessa erano tormentate dal vento autunnale che alzava le foglie secche da terra formando dei vortici vaganti, così che a un osservatore estraneo poteva sembrare che un’intera città si muovesse a tempo di valzer. 
Il mare, come succede spesso in quel periodo, assumeva tonalità tendenzialmente scure, l'aria umida abbondantemente impregnata di sale marino si diramava lungo le vie cittadine avanza insieme ai lunghi e tristi suoni delle navi che arrivavano al porto.

Già dalle nove di mattina, sotto i lampioni di alcune delle vie principali, c'erano  signorine vestite da carnevale che fumavano con disinvoltura lanciando sguardi da felini affamati, occhiate come quella del vecchio leone che stava allo zoo.

I tram seguivano il loro percorso segnalando l’avvicinamento alle fermate con il suono di piccoli campanelli e qualche giovanotto dall’aspetto che qualsiasi poliziotto avrebbe definito “delinquenziale” saltava per terra dal mezzo pubblico ancora in corsa, portando via il portafoglio di qualche disattento cittadino. 

Nel quartiere ebraico i negozianti chiudevano le loro botteghe per la pausa pranzo mentre le donne, avvolte nelle cornici del vapore che si alzava dalle pentole, si affacciavano alle finestre delle cucine aspettando il ritorno dei loro mariti e figli.

I ragazzini tornavano da scuola correndo in mezzo alla strada rivestita da pietre, cercando di coprire il fischio del vento con le grida imitando quelli che gli indiani d’America usavano in battaglia.

Qualcuno di loro si fermava per tirare con la fionda alla vecchia insegna del macellaio che presentava la forma di un maiale ritagliato da un foglio di ferro appeso con le catene su una spranga di ferro che spuntava dal muro.

Il rabbino Wiseman era uscito dalla sinagoga e come sempre si era diretto verso la trattoria “All’angolo”, il suo locale preferito per pranzare.

All’entrata fu sorpreso in modo negativo:  si respirava un’aria quasi bellica, il locale era preso d’assalto da una valanga di marinai stranieri che avevano occupato i tavoli bevendo e cantando le loro canzoni, sfinendo i camerieri.

Dall’accento il vecchio rabbino capì che si trattava di francesi.

Il padrone della trattoria, un ebreo magro di mezza età, era evidentemente in difficoltà e cercava di dirigere il lavoro dei suoi dipendenti in modo efficiente, ma tutti i suoi sforzi sembravano inutili.

Il rabbino guardò nella direzione del tavolo che era solito riservare ogni giorno e notò con piacere che era vuoto, il padrone del locale gli fece un inchino:

«Buon giorno rabbi, guardate che paesaggio attorno, pare l’esplosione di un vulcano».

Il rabbino diede un’occhiata in maniera teatrale agli ospiti del locale, allargò le braccia come fece Mosé quando stava per aprire le acque dell’oceano ed esclamò con un tono da funzione funebre:

«Caro Frenkel, cosa vuoi che ti dica, sei negli affari! E se sei negli affari devi sapere che il ferro bisogna batterlo finché è caldo…».

Frenkel con aria servile indicò al rabbino la strada:  

«Parole d’oro, rabbi! Solo che queste bestie arrivano una volta ogni sei mesi e alla fine fanno danni che io non riesco rimediare in tre anni... Disgraziati francesi, gente senza cultura...»

Il rabbino interruppe i lamenti di Frenkel:

«Non essere scortese con gli ospiti, è vero che tutta la Francia non vale nemmeno la metà della bellezza che si trova in qualsiasi via di questa benedetta città, però trattali bene, anche loro sono esseri umani...»

Arrivati al tavolo Frenkel si mise ad apparecchiare per una persona in più, proprio di fronte al rabbino.
Con tono colpevole spiegò:

«Oggi caro rabbino sono costretto a mettervi a tavola con un nuovo prete che hanno mandato da Kiev, il giovane è arrivato a gestire la parrocchia e momentaneamente si è fermato a mangiare da noi... Spero non vi porti disturbo, rabbi».

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Il rabbino Wiseman aveva tanta esperienza nelle relazioni religiose, nello stesso quartiere in cui gestiva la sinagoga c’erano due chiese ortodosse e due parrocchie cattoliche e anche se i motivi di antipatie tra fedeli non mancavano le autorità religiose da tempo avevano fatto una tregua, un accordo secondo il quale loro per primi davano il buon esempio agli uomini, insegnando umiltà e tolleranza come basi per una convivenza pacifica.

Per questo motivo il rabbino fece un sorriso e ha riferì al Frenkel con la voce da beato:

«Ma certo che non mi darà fastidio, anzi, mi fa piacere condividere lo spazio con un collega cattolico».

Dopo qualche minuto apparve il prete.

Il rabbino lo misurò dalla testa ai piedi come se stesse per comprarlo.

Era un giovane di sana costituzione, con una faccia da martire come spesso hanno i preti cristiani all’inizio della loro carriera e una grande fame che si percepiva dai suoni che arrivavano dalla sua pancia. I due si presentarono come si usa in queste circostanze e il prete si sedette di fronte al rabbino.

Frenkel portò i primi piatti, la zuppa di gallina che faceva sua moglie era considerata tra le più buone in tutta la città e i due uomini abituati a trattare materie spirituali armandosi con dei cucchiai si abbandonarono a cose più terrestri.

Mentre mangiavano la calda e saporita zuppa il rabbino notò una strana reazione nel prete, sembrava che quello sorridesse in modo molto sarcastico. Il rabbino si fermò posando il cucchiaio vicino al piatto e mettendo le mani incrociate davanti a sé con la voce molto amichevole domandò al prete: 

«Mio caro, ditemi, state mica ridendo di me?».

Il giovane prete si fermò, posò il cucchiaio a sua volta e con l’aspetto un po‘ pentito rispose:

«Caro rabbino, mi scuso, mi dispiace veramente, però pur troppo avete ragione, stavo ridendo proprio di voi»

Il Rabbino si sforzò di sorridere e continuò con la sua solita voce innocente:

«E perché vi faccio così ridere, ditemi per favore, almeno così anche io saprò quale la mia parte divertente».

Il prete rifletté un attimo, come se stesse decidendo se essere sincero oppure no, e convinto dalla tranquilla e sorridente faccia del vecchio rispose:

«Perché guardandovi ho ricordato una lezione che avevo sentito al seminario. Allora l’insegnante aveva fatto il paragone tra Ebraismo e Cattolicesimo e ora sto vedendo chiaramente le abissali differenze di cui parlava».

«E quali sono queste differenze?»

Il Prete continuò assumendo un tono accademico:

«Certo, in realtà la differenza più grande è la mancanza della struttura gerarchica nell’ebraismo il che fa della vostra fede un elemento troppo vecchio e arretrato. Nella vita moderna servono le prospettive, la crescita e sviluppo, altrimenti la gente non crede più alle storie del Antico Testamento. E voi di persona, perdonatemi franchezza, rappresentate proprio questo degrado teologico. Siete vecchio e nonostante ciò siete ancora un semplicissimo rabbino, non avete avuto possibilità di essere promosso perché non avete una struttura gerarchica in disposizione...

Il Rabbino ascoltava con pazienza e con una certa obbedienza, poi domandò come fosse uno studente che non capiva la materia:

«Perché, voi potete diventare qualcosa di più di un semplice prete?».

«Certo, se sarò bravo e mi mostrerò abile nel gestire la mia parrocchia, troverò sostenitori potenti tra i fedeli e porterò al Vaticano delle donazioni importanti, potrò essere promosso a vescovo».

Il Rabbino battè le mani e fece una faccia sorpresa, come se avesse appena scoperto di aver vinto un milione di rubli a lotteria.

«Vescovo! Dovrebbe essere una posizione importante da come suona, vi auguro di fare questo passo nella vostra carriera, però mi domando, una volta diventato vescovo, cosa succede dopo?».

Il giovane prete stava cercando di tornare alla zuppa che si raffreddava, ma non era riuscito a prendere il cucchiaio in tempo e dovette rispondere con leggera freddezza:

«Beh, un vescovo ha un potere molto forte, se si dimostra abile nel concentrare attorno a se i preti e i credenti, se si dimostra capace di influenzare anche la politica locale, l’amministrazione delle città, quella della regione, un giorno può essere eletto nei cardinali e diventare una persona importante nel Vaticano».

Rabbino ha alzato le mani al cielo, come se stava ringraziando Dio per aver scoperto un grande miracolo:

«Ma non mi dite, il Vaticano, parliamo di strutture molto potenti! E voi mi dite che un giorno potreste entrare proprio lì dentro? Che soddisfazione dev’essere la consapevolezza di poter raggiungere tale potere, io vi auguro di farlo un giorno, mio caro giovane! Ma una volta diventato cardinale, cose succede dopo?»

Il Prete, chiaramente dispiaciuto per la zuppa che non poteva divorare, cercò di tagliare corto e arrivare al dunque.

«Anche se cardinale è sarebbe già un’ottima posizione, se volgiamo proseguire il ragionamento, un cardinale intelligente e abile nel suo mestiere, con un giusto sostegno dei potenti nella politica, può diventare Papa, ecco».

Il Rabbino continuava lo spettacolo, ormai così nel ruolo sembrava che un ragazzino di otto anni davanti al uomo più saggio del mondo: 

«Non mi dite! Papa, il rappresentante di Dio, l’uomo più importante sulla faccia del pianeta! E mi state dicendo che io sto seduto al tavolo con la persona che un giorno può diventare Papa? Sono molto onorato e vi auguro mio caro giovane un giorno diventare Papa, io vedo che voi siete un ragazzo molto intelligente che farà una grande strada... Però una volta diventato Papa, cosa succede dopo?»

La voce del prete inspiegabilmente passò al falsetto, come se lui stava per cantare qualche aria: 

«Come cosa succede? Non succede niente, Papa è il massimo incarico che un umano possa assumere, dopo c’è solo Dio e un uomo non può diventare Dio!».

Il Rabbino prese il cucchiaio, lo girò senza interesse dentro il suo piatto facendo venire a galla pezzi di ortaggi mischiati con carne di pollo e concluse con un tono banale, come se stesse parlando di un episodio accaduto sotto le mura della casa sua:

«Come dire, se mia memoria non mi tradisce un ragazzo ebreo una volta lo ha già fatto».

Quel giorno il giovane prete non finì la sua zuppa e anche se la pancia gli dava  segnali d’allarme, lui ha dovette ritirarsi dalla trattoria, scusandosi con il vecchio rabbino per la superbia e l’eccessiva grinta giovanile. Il vecchio ebreo finì il suo lungo pranzo e uscendo dalla trattoria tirò fuori dal gilet il suo orologio da tasca, erano quasi tre e mezza di pomeriggio.

Con piccoli passi attenti il vecchio si diresse verso la sinagoga, dove presto lo aspettavano i bambini per la lezione di Torà.

Dietro la sua schiena si spalancarono le porte della taverna e due enormi marinai francesi si buttarono per terra a darsele di santa ragione. Il vecchio si girò verso di loro, poi guardò al cielo e disse:

- Mio Signore, anche se certe cose mi danno fastidio, ormai non dico niente, tu lo sai meglio di noi che cosa meritiamo... 

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