I tatuaggi d'estate

 Ogni estate con l’avvio del periodo balneare numerosi italiani e turisti mettono in mostra i propri corpi, inconsapevolmente tessendo un complicato e a volte assurdo ornamento socio-culturale direttamente sulle spiagge della nostra splendida penisola. La notevole capacità nella comunicazione tramite il linguaggio del corpo che gli uomini hanno sviluppato durante l’evoluzione della nostra specie continua essere tra i più determinanti nel nostro rapporto con il mondo esterno, nonostante continuo sviluppo nel campo della tecnologia.

Anche sui canali di comunicazione moderna il nostro corpo svolge un ruolo da protagonista: pensare soltanto che secondo le statistiche la fortuna di un profilo Facebook di gran lunga dipende dall’immagine dell'avatar e non dal contenuto dei post pubblicati.
In poche parole, anche nell’epoca moderna, così come in quelle passate, il nostro corpo continua parlare per noi, trasmettendo alla società della quale facciamo parte le informazioni importanti sul di noi.

Oggi, osservando i corpi dei bagnanti sulle spiagge si percepisce un importante messaggio antropologico: il corpo dell’uomo moderno non comunica con un senso logico, nel suo modo di trasmettere l’informazione manca il contenuto sensato e prevale l’emotività, che spesso sfocia nel caos.
E più la nostra discesa sulla spirale del consumismo diventa violenta, più caos trasmettono i nostri corpi, meno cultura e logica appare nei nostri comportamenti.

Quello che è cambiato rispetto ai tempi primordiali, è la capacità/necessità di creare il contenuto della comunicazione corporea.
Nel tremila Avanti Cristo I miei antenati siberiani per raccontare il destino di una persona usavano un complicato codice simbolico, incidendo sulla pelle i tatuaggi che erano una sorta di riassunto dell’esperienza vissuta.

Allo stesso tempo gli antichi egizi usavano il tatuaggio, mischiando all’inchiostro la polvere d’oro, per tracciare sui corpi dei nobili i simboli del potere divino che avrebbero dovuto proteggere loro nel regno dei morti. Gli antichi popoli pagani del nord europa, a partire dai celtici e finendo con i vichinghi, usavano portare addosso complicati ornamenti che nascondevano svariate informazioni personali tra quali segni d’appartenenza, della gerarchia sociale, le manifestazioni della propria fedeltà agli dei, gli affetti personali per la famiglia o proprio clan. I primi cristiani hanno usato il tatuaggio come un simbolo di riconoscimento nell’epoca di persecuzioni e più tardi come l’estrema manifestazione della fede e nel caso del pellegrinaggio come una sorta di souvenir che segnavano sui corpi dei pellegrini le tappe del sacro percorso. Nei tempi passati regnava la logica, oggi regna l’estetica. Meno abbiamo da dire, meno cultura rappresentiamo, più diventiamo neutri, prevedibili e omogenizzati, più cerchiamo rappresentarsi attraverso la simbologia prevedibile, vuota ma gigantesca. Viviamo nell’epoca delle cose macro, dove la grandezza spesso determina la qualità. La macchina più grossa, la barca più lunga, la fidanzata più alta, il tatuaggio più ampio e possibilmente colorato nel modo più assurdo. Il ricercato simbolismo della scienza araldica si è trasformato nella iconografia pubblicitaria, lo stendardo dell’impero oggi è decorato con antipatiche stilizzate dune gialle della MacDonald e ormai onnipresente pseudo-natalizio rosso-bianco di CocaCola. 

In questo periodo mi trovo in Sardegna, dove tra le presentazioni dell'ultimo romanzo e qualche momento di tranquillità in campagna Barbaricina, tatuo alcuni dei miei amici in uno studio di tatuaggi locale che si trova a San Teodoro. Non avendo la passione per il mare comunque mi capita di frequentare la spiaggia, sopratutto per assecondare la mia dolce metà. Non nascondo che queste occasioni per me sono interessanti sopratutto perché danno la possibilità di osservare le persone e i loro tatuaggi. Farfalle colorate, tribali, la faccia del guerriero indiano, il profilo del lupo che ulula sulla luna piena, il folletto seduto sul fungo mentre fuma una canna e altri immagini del boom consumistico del tatuaggio degli anni ottanta sono ormai i simboli di un’epoca passata, si incontrano sbiaditi e mal curati addosso a dei cinquantenni, alcuni dei quali cercano persino di nascondere con un senso di vergogna questi segni di un vissuto con il quale non si riconoscono più. 

La categoria di tatuaggi che si incontra di più in assoluto sulle spiagge in questo periodo sono quelli che io stesso ho denominato “pavonici”. Si tratta di immagini enormi, che a volte si sviluppano su interi parti del corpo. La funzione principale di questi tattoo è colpire il mondo con la gamma dei colori accesi utilizzati per sviluppare il disegno, che spesso manca di contenuto simbolico. Molti di questi immagini sono semplici ornamenti.

Nella classifica dei tatuaggi degli italiani uno dei primi posti assume il tatuaggio giapponese. Non so cosa ne pensano i maestri del paese del sol levante di questo fenomeno, ma non penso che sono entusiasti, anche perché la gran parte dei tatuatori occidentali compone gli immagini dei tatuaggi giapponesi senza conoscere il senso della simbologia, seguendo un semplice istinto estetico. Possiamo solo immaginare cosa ne pensa un maestro giapponese vedendo sulla schiena di un turista occidentale una geisha rappresentata vicino all’immagine del Buddha, oppure uno demone che cerca azzannare la sacra carpa. Altro che multiculturalismo pacifico, sarebbe l’occasione giusta per estrarre una spada da samurai. 

Però, tra le cicatrici che il consumismo lascia sulle anime e sui corpi, si incontrano anche i casi molto singoli. Uno ho scoperto qualche giorno fa, addosso ad uno turista romano incontrato sulla spiaggia di San Teodoro. Era Il ritratto di Brad Pitt a colori che occupava la coscia intera di un giovane uomo. Il portatore del tatuaggio è stato molto simpatico e ben disposto a parlare con me, mi ha confidato che la scelta del soggetto ha fatto il tatuatore, e lui ha accettato perché il lavoro è stato eseguito in forma gratuita. Praticamente si è prestato come una tela ad un’artista di tatuaggio e ora per il resto dei suoi giorni porterà un’immagine dell’attore statunitense presa da una pubblicità di occhiali. Estrema, ma sempre una scelta.        

Molti dei giovani di oggi impegnano la propria pelle come una specie di megafono, attraverso essa gridano al mondo eterno la loro rabbia, la frustrazione, tatuando gli immagini sempre più “chiassosi”. Mi viene in mente un ragazzo visto di recente nel chiosco della spiaggia di Posada, tatuato da testa ai piedi tra altre cose aveva una cattivissima caricatura politica fresca-fresca sulla schiena, l’immagine non per niente piccola, che occupava più del terzo della sua schiena rappresentava lo Spongebob che sodomizzava sessualmente il premier italiano Matteo Renzi. La celebre spugna-cartone accompagnava il suo gesto perverso con la frase scritta sulla nuvoletta-fumetto “La Costituzione non si tocca, bastardo!”  

Però quello che mi ha colpito più di tutti è stato un ragazzo di Rimini che aveva tatuato un’enorme immagine di una vagina sulla schiena, spiegando questo estremo gesto con il fatto che è molto attratto dal sesso femminile. Poveretto, si trovava sulla spiaggia da solo, con le persone che lo aggiravano come se avesse la peste. 

 Articolo Originale Pubblicato su La Repubblica

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